Un gioco pericoloso

Un gioco pericoloso

un racconto d’avventura di Francesco Pergolizzi

Era un giorno normalissimo come tutti gli altri io e i miei amici: Lorenzo, Enrico e Gabriele stavamo tornando a casa da scuola quando a un certo punto vedemmo un videogioco buttato a terra e decidemmo di portarlo a casa mia per giocarci. Accendemmo il videogioco, scegliemmo i personaggi che avevano diverse caratteristiche: uno era il più forte, un altro era scaltro e agile, il terzo era un esploratore che sapeva dove si trovavano tutti i luoghi grazie alla sua mappa e il quarto era uno zoologo che sapeva le caratteristiche degli animali. Enrico scelse il primo, Lorenzo il secondo, io il terzo e Gabriele il quarto. Allora schiacciammo il il tasto play, ma invece di giocare tranquilli da casa sul divano ci teletrasportò dentro la mappa del gioco.

Ci guardammo intorno, ci trovavamo dentro una giungla molto fitta, sul braccio avevamo tre segni e soprattutto non eravamo noi ma i personaggi che avevamo scelto. A un certo punto sentimmo il rumore di un elicottero, atterrò e scese un uomo di mezza età, trasandato, con un completo da esploratore e i capelli lunghi tenuti insieme da una codino.  L’uomo ci spiegò come funzionava il gioco, lui disse: “Benvenuti, vedete i segni che avete sul braccio, quelle sono le vite che avete a disposizione se le finite morirete definitivamente, per tornare indietro dovrete affrontare diverse prove fino ad arrivare a quella finale. Se riuscirete a superare tutte la prove potrete tornare a casa”. Noi eravamo sbalorditi, senza parole e avevamo anche paura di non ritornare più a casa. Però sulla mia mappa si era creato un puntino, probabilmente era il posto dove dovevamo andare e a Enrico era

arrivato un messaggio su una pergamena che era comparsa all’improvviso e c’era scritto che in quel posto segnato sulla mappa bisognava prendere a una persona un medaglione che poi sarebbe servito per sbloccare la prova finale.

Allora ci incamminammo verso il punto e mentre stavamo attraversando un deserto arido, pieno di crepe, da una di esse uscì uno scorpione gigante.  Gabriele disse che il punto debole di uno scorpione era la testa e fu così che Enrico con una forza che non aveva mai avuto in vita sua si avventò sullo scorpione e gli diede un pugno fortissimo che spaccò la corazza che rivestiva la testa dello scorpione. Anche lui era sbalordito, allora io senza pensare mi toccai il braccio e da esso venne fuori una tabella olografica con le nostre forze e debolezze: Enrico era un archeologo ed esploratore molto forte, Gabriele era uno zoologo, io ero un cartografo e Lorenzo era un avventuriero molto agile. Dopo averlo saputo ci incamminammo con più coraggio verso il punto sulla mappa e ci arrivammo: era una città con un grande bar ed era lì che  dovevamo rubare il medaglione a un uomo d’affari. Allora Lorenzo provò ad avvicinarsi lentamente ma l’uomo appena lo vide gli sparò dritto nel petto ma per fortuna tornò in vita…adesso ne aveva solo altre due…

Io pensai di usare l’astuzia, mi avvicinai e ordinai da bere per l’uomo d’affari fingendo di essere sulle tracce di una grossa scoperta archeologica e volevo cercare finanziamenti per le operazioni di scavo. L’uomo mi ascoltò con attenzione mentre parlavo e continuavo a versargli da bere. Quando fu completamente ubriaco si addormentò e io gli sfilai il medaglione e corsi fuori verso gli altri amici.

Ora dovevamo scoprire dov’era la prova finale e in quel momento apparve davanti a noi una grande piramide e un raggio laser colpì tutti lasciandoci a terra senza vita.

Quando aprimmo gli occhi la stanza era buia, priva d’aria, maleodorante…mi girava la testa e vedevo poco…cominciai a chiamare i miei amici e piano piano mi risposero tutti…avevamo ancora una speranza. Enrico disse che eravamo all’interno della piramide. Dovevamo trovare una via d’uscita immediatamente altrimenti saremmo morti soffocati.

Enrico disse di prendere la galleria più stretta che andava il basso e infatti dopo un po’ di tempo vedemmo una luce ma improvvisamente si aprì sotto di noi una botola che ci catapultò in una grotta segreta. Lorenzo illuminò con la sua torcia e vide un enorme cavità con sotto lava incandescente e dall’altra parte una luce che poteva portarci in salvo.

Per attraversare l’enorme cavità si doveva saltare sopra a dei pilastri instabili distanti un metro l’uno dall’altro. Ci guardammo e la paura sui nostri volti era evidente, ma non avevano altra scelta. Rimaneva a tutti noi solo una vita, tranne Lorenzo che con coraggio decise di partire per primo. La sua grande agilità lo portò senza problemi dall’altra parte. Fu la volta di Gabriele che con qualche difficoltà arrivò anche a lui a destinazione. Enrico si bloccò un paio di volte ma riuscì anche lui a superare la prova facendo traballare però l’ultimo pilastro.

Adesso toccava a me, lasciai per terra lo zaino e mi mise il medaglione al collo. Saltai senza problemi fino all’ultimo pilastro che crollò poco prima del mio salto. Tutti rimasero pietrificati…come potevo fare? Intanto lanciai il medaglione ai compagni nel caso non fossi sopravvissuto poi mi concentrai e saltai con tutta la spinta che avevo ma il terreno franò e mi aggrappai a una pietra che sporgeva proprio appena sotto l’inizio del cratere. Era finita…non avrei resistito a lungo…ma una mano mi tirò su con tutta la forza che aveva. I miei compagni aveva fatto una catena umana per tirarmi fuori. Li abbracciai e ci prendemmo qualche minuto di pausa. Poi ci alzammo più forti di prima: ora dovevamo tornare a casa!

Camminammo verso la luce ma ci portò davanti a una parete di roccia!

Stavamo perdendo di nuovo la speranza quando Enrico vide delle sporgenze nella parete simili alle decorazioni del medaglioni. Provò a incastrare il gioiello nella roccia e si aprì un varco luminoso.

Ci entrammo e i nostri corpi furono di nuovo teletrasportati sul divano di casa.

A quel punto la porta di casa si aprì e mia madre entrò e ci sgridò subito: “Possibile che siete sempre davanti ai videogiochi! Non potete uscire un po’ e avere qualche bella avventura all’aperto?”.

Ci guardammo per qualche secondo senza dire niente, ci tenemmo il segreto forti della nostra grande amicizia.

Frafra

Frafra

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