Sbarco degli alieni sulla Terra

Sbarco degli alieni sulla Terra

un racconto di fantascienza di Filippo Setti

C’era una volta… no, dai, iniziamo con qualcosa di originale…

Era una notte buia e tempestosa… no, ancora più originale…

Ah, sì, ce l’ho!

Oggi ti racconterò una storia alquanto strana, perciò agguanta i popcorn e iniziamo.

Viaggiamo fino ad una spiaggia di Miami durante una non troppo tranquilla e parecchio afosa giornata d’agosto.

Qui Leo (diminutivo di Leonard) e sua sorella Hannah stavano correndo a perdifiato sulla scogliera a piedi scalzi e fradici di sudore.

Cosa potrebbe andare storto?!

Per addentrarci un po’ più nel dettaglio Leo aveva dieci anni e sua sorella nove. Leo era alto e con dei capelli che tendevano al rosso con una grande passione per gli alieni e altre creature fantascientifiche mentre Hannah, più bassa di statura e con capelli biondi con la coda di cavallo, mostrava una grande passione e attitudine per la danza. 

Nel pieno dell’inseguimento sugli scogli Hannah venne pinzata da un granchio sul piede e per la puntura scivolò dallo scoglio e cascò in acqua colando a picco.

Leo si tuffò in mare per recuperarla e riportarla in superficie, ma una volta arrivato sul fondale vide uno strano apparecchio tecnologico con una strana forma a calamita che emetteva una strana luce verde. Leo quindi, affascinato dallo strano oggetto, decise di prenderlo con sé.

Finalmente uscirono dall’acqua e Hannah non riusciva a camminare per la puntura del granchio e in più aveva anche battuto la testa procurandosi un gigantesco bernoccolo.

“Hannah, forse è meglio che la smetti con queste corse alla Mission Impossibile con tuo fratello perché è proprio questo che ti capita!” la sgridò sua madre Martha mentre la prese in braccio per vedere le sue condizioni di salute fisica.

“Forza, fammi dare un’occhiata. Caspita, devi aver fatto un bel capitombolo per riuscire a farti venire un simile cratere sulla testa!”

Intervenne Leo “Già! È già un miracolo che non le sia cresciuto un piccolo vulcano sulla zucca, altrimenti era proprio mer…”

“Leo! Ti ho già detto di non dire parolacce né in pubblico né in privato, non sei mica uno scaricatore di porto! Su, fatevi la doccia e andiamo a casa.” Lo rimproverò Martha.

La madre dei due protagonisti di questa storia in realtà era una donna buona e paziente, si preoccupava solo per la salute dei suoi figli e quando uno dei due si faceva male diventava parecchio ansiosa.

Ma tutto ciò era anche normale dato che Bruce, marito suo e padre dei due bambini, era morto qualche anno prima in un incidente d’auto.

“Se senti qualcosa di molto caldo e semi-liquido scorrere sulla tua testa chiamami e immortalerò il momento immediatamente!” iniziò a dire Leo a sua sorella.

“Lo so che vorresti tanto che accadesse, ma mi dispiace informarti che questo non è un vulcano.” Disse Hannah mentre tutta la famiglia rimontava in macchina per tornare a casa.

I due fratelli si volevano infinitamente bene, ma oramai la bambina aveva fin troppo chiaro che quando si apriva l’argomento fantascienza suo fratello si sarebbe fatto un sacco di trip mentali che non l’avrebbero più fatto smettere di parlarne.

Leo decise, una volta arrivati a casa, di esaminare quell’aggeggio dalla strana luce verde che aveva trovato sul fondo del mare e di capire come diamine funzionasse.

“Forse c’è qualche pulsante da schiacciare o c’era una specie di telecomando che non ho visto. Magari si accende durante la notte o è parte di una specie di arma. Chissà! Fatto sta che ho una voglia incredibile di sapere come funziona!”

Hannah invece aveva una gran voglia di strapparlo via dalla sua scrivania per poter finalmente iniziare a cenare, ma in fondo sapeva che suo fratello era un bambino estremamente intelligente e volenteroso e quando c’era qualcosa da scoprire o da portare a termine nessuno lo avrebbe fermato.

Finalmente era arrivata l’ora di andare in branda e Leo era ancora a smanettare con l’oggetto che lo aveva interessato.

“Per favore Leo, vieni a dormire, io non riesco ad assopirmi con te che fai tutto questo fracasso. Ci guarderai domani!” gli disse la sorella sbadigliando come un ippopotamo.

“Yawn! Hai ragione, meglio guardarci domani, sono esausto.” Finalmente si era convinto e se ne andò finalmente a dormire.

Passarono circa tre o quattro ore e poi accadde l’inaspettato.

L’oggettino iniziò a lampeggiare con quella strana luce verde, cosa che fece svegliare i due fratelli.

All’inizio non capirono nulla di ciò che stava succedendo ma iniziarono a farlo quando un grosso raggio sempre di colore verde si materializzò in camera loro cominciando a risucchiarli verso l’alto.

I due iniziarono a chiamare aiuto ma in quel raggio i suoni erano completamente annullati e nessuno li sentì. Il tetto si aprì letteralmente e Leo e Hannah vennero portati via.

“Do… dove siamo, Leo?” disse la bambina parecchio stordita.

“Non lo so, non vedo nulla!” rispose il fratello cercando i suoi occhiali (scusami se non li ho menzionati all’inizio ma senza i suoi occhiali Leo non vedeva a un palmo dal naso).

In alternativa a Leo te lo dico io dove erano finiti. Su una gigantesca nave aliena.

Lo so che ti sembrerà ridicolo ma trattieni le risate e fammi proseguire con la storia.

“WOW! Non dirmi che siamo stati realmente rapiti dagli alieni!” disse Leo tutto eccitato “è semplicemente FAN-TA-STI-CO! Ho realizzato il sogno americano! L’area 51 ucciderebbe per reclutarmi, è pazzesco, è…”

Ma qualcosa, o per meglio dire qualcuno, lo interruppe.

“Consegnate le vostre armi! Siete nostre cavie ora!” ordinò uno strano individuo con una fastidiosa voce robotica.

Era un alieno. Inutile dire che a Leo stava per sanguinare il naso dall’eccitazione ma lascia che te lo descriva.

Era massiccio, con un esoscheletro in acciaio ben visibile in parti della sua schiena e sulle sue braccia, due tubi conficcati nel suo collo che terminavano in una strana maschera di metallo, un occhio robotico rosso e l’altro occhio anch’esso rosso, ma aveva un aspetto leggermente più “umano”.

“Hannah, Leo, siete stati scelti come prototipi per il nostro esperimento Human Spies, e non potrete opporvi!”

A Leo prese un coccolone e gli venne quasi da svenire per ovvi motivi, quindi Hannah si fece avanti intimorita “Chi sei? E come sai i nostri nomi?”

“Io sono l’ultimo rimasto della stirpe dei Morak. I vostri nomi sono stati intercettati tramite il congegno di nostra proprietà che il tuo amichetto ha spostato dalla sua posizione originale.”

“Lui non poteva saperlo! E neanche io potevo! Per favore, non sottoponeteci a nessun esperimento pericoloso o troppo doloroso con cui preferirei non avere a che fare!” lo scongiurò Hannah.

“Spiacente, ma ormai è fatta. Vi siete incastrati da soli e ora ne pagherete le conseguenze! Vi piacerà la sala esperimenti, credetemi!” concluse l’alieno portandoli a quella che potrebbe essere definita più come una sala delle torture. Il Morak fece vedere loro il piano che aveva ideato. Creare delle spie sotto copertura che avessero aspetto umano ma che fossero controllati da lui tramite un insettino installato nel corpo della vittima. E loro erano i primi a partecipare in prima persona.

“Ragazzino, vedo che a te piacciono gli alieni come me, perciò sarai il primo a partecipare!”

Leo intanto si era ripreso e, a dirla tutta, ora non ci teneva più così tanto a conoscere quel tipo di alieni e provò a declinare l’offerta, ma sapeva che non era una richiesta e venne “reclutato” come prima cavia.

Mentre sua sorella venne legata ad un angolo della sala il mostro cominciò a spiegare cosa avrebbe fatto al povero ragazzo.

“Vedi, ragazzino, se voglio farti diventare una spia sotto il mio comando dovrò farlo con le maniere forti, ovviamente. Per farlo mi occorre solo che questo insettino faccia amicizia con te. E per fare amicizia intendo che dovrà entrare all’interno del tuo corpo. E l’unico modo per farlo è trovare un buco abbastanza largo per farcelo entrare.”

Ormai abbiamo tutti capito che intenzioni aveva l’alieno e anche Leo l’aveva capito. Stava per essere sottoposto alla più macabra e dolorosa colonscopia della storia.

Mentre fu fatto spogliare e messo sul tavolo degli “esperimenti” a Hannah venne in mente un modo per uscire da lì.

Mentre l’ora di suo fratello stava ormai per arrivare sbattè la testa sulla parete facendo rovesciare una strana sostanza corrosiva che sciolse il metallo con cui era legata. Questo fece distrarre il Morak dando il tempo a Hannah di liberare Leo da quella spaventosa operazione.

“Non scapperete facilmente! Chiusura delle porte!” urlò l’alieno.

Partì il fortissimo suono di una sirena in tutta la nave mentre i due fratelli cercavano di non farsi chiudere dentro la nave.

All’improvviso a Leo venne un’illuminazione “Ho visto che questa nave ha una capsula d’emergenza. Vieni Hannah, so dov’è!”

Riuscirono ad entrare in questa capsula, la portiera stava per chiudersi ma l’alieno riuscì a raggiungerli tentando di trascinarli fuori.

Al ragazzo venne un’idea in extremis, si lanciò sull’alieno e gli fece ingoiare l’insettino che avrebbe dovuto trasformarlo in una spia umano-aliena.

Incredibilmente il piano funzionò. La sostanza che racchiudeva l’insetto era letale per gli alieni della specie Morak e il capo venne liquefatto.

I due fratelli vennero sparati di nuovo verso la terra (non l’ho specificato ma si trovavano nello spazio, capiamoci) e, grazie ad un pizzico di fortuna, riuscirono ad atterrare pochi metri vicino a casa loro.

Martha si svegliò per il boato causato dall’atterraggio e quando vide i suoi figli uscire da quella strana capsula le venne un colpo.

“Bambini! State bene? Cosa vi è successo?!”

“Un alieno ci ha rapiti e ha provato a farmi diventare una spia al suo comando! È stato pazzesco!!!” Leo stava di nuovo per svenire.

Hannah però aggiunse “Leo, se domani, dopo questo casino, ricominci con gli alieni giuro che ti metto le mani addosso!”

I due scoppiarono in una fragorosa risata e si abbracciarono entrando in casa mentre Martha li guardava ancora sconvolta.

Frafra

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