Come immagino il mio futuro dopo il Covid-19

Come immagino il mio futuro dopo il Covid-19

di Arianna Artoni

Io veramente il futuro non me lo immagino, sono ancora rimasta con i piedi incollati a quel freddo febbraio e a quel Natale meraviglioso pieno di aspettative positive e piene di sogni. Ho ancora qualche sticker natalizio alle finestre che non ho avuto il coraggio di togliere, nonostante fuori ci sia il sole accecante della primavera e non si sente il sapore della cucina della nonna.

I maturandi non sapevano ancora che non avrebbero festeggiato la sera dopo gli esami, le insegnanti non si aspettavano un crollo di voti e commenti durante le interrogazioni, i ragazzi non si immaginavano un’ estate senza campo estivo nella chiesa del vicinato, per tutti la Santa. Io personalmente non mi aspettavo che l’anno prossimo non avrei vissuto l’energia del primo giorno in una scuola con diecimila classi, ormai tutte deserte.                                                                                                           

Il futuro sarà come deve essere, un’incognita che tutti hanno, dal capo del governo Conte, ai medici che ancora non sanno quanti pazienti curare quella giornata e perfino gli alunni senza cose da fare a parte seguire le interminabili lezioni online dove anche fare una semplice domanda diventa un’impresa impossibile. I microfoni che non vanno, chi non vuole farsi vedere in pigiama e anche qualcuno che si fa una tazza di tè caldo alle nove, la prima videoconferenza.

Il mio futuro me lo immagino fantastico, con tutta la gente felice che esce dalle case e corre a mangiare dei coni gelato, perché sarà estate e sono due mesi che non si va dal gelataio vicino a casa. Molti faranno dei barbecue con i vicini della porta accanto o con gli amici che si sono visti in video chiamata il giorno di Pasqua e perfino quello del compleanno. Mi immagino quei volti sorridenti andare al cinema con un pacchetto di pop-corn in mano.

Ma non sono una stupida, o una che non vede il problema e preferisce girarsi dall’altra parte. Sono sicura che tutto avverrà a piccoli passi, con calma. Le nostre vite al rallentatore lentamente riprenderanno a muoversi e riprenderanno come delle Ferrari in corsa, ma ci vuole ancora tanto e alcuni non sono disposti ad aspettare. C’è chi vuole ribellarsi e chi si mura in casa con il proprio gatto. Una cosa però è certa, tutti rimpiangono il momento in cui si poteva fare tutto e quello stramaledetto giorno in cui l’epidemia è iniziata.   

Quello che vorrei fare appena uscita è… non posso dirne una sola, ce ne sono troppe. Vorrei andare a correre tra i parchi o andare in bici fino ad Albinea, vorrei andare a casa della Gioia per vedere finalmente quel film che ci programmavamo di vedere da tanto, vorrei andare a prendere una pizza con l’Ele o anche fare quel bellissimo ballo di fine anno che la Sara si aspetta da più di cinque anni, forse da quando è nata. Vorrei vedere le facce stralunate dei miei compagni di classe e la mia quando scopriranno che l’esame si fa davvero e non è stato cancellato. Vorrei anche vedere i miei prof e i loro progetti dell’ultimo anno cancellati come per magia, come da una bacchetta. Vorrei salutare i miei nonni e portargli qualcosa di speciale: un sorriso di speranza. Vorrei andare in biblioteca, per prendere un film decente e non i soliti che fanno sempre vedere la sera. Vorrei andare a salutare Gae e tutte le mie compagne di danza. Vorrei che quella gara di duetti l’avessero fatta, l’Alle e la Mary, che se lo meritavano un sacco e che si erano allenate tanto, forse troppo. Vorrei che il campionato di pallavolo delle ragazze della Pertini fosse continuato e sarei andata a vederle quest’anno, sicuramente. Vorrei che il futuro fosse speciale, come speciale sarebbe dovuto essere il primo anno alle superiori per tutti i ragazzi di terza. Vorrei riprendere quei tornei di basket che avevamo lasciato in sospeso e che noi, la I, non avremmo vinto perché siamo la I di intelligenti, non sportivi. 

Non ho paura.

Questa è una cosa di cui non si deve avere paura. Mai. Non è il serpente che ti trovi davanti nel paesino di montagna, non è il leone libero nel Sud Africa, non è lo scantinato buio e senza luce del condominio. E’ qualcosa di peggio. L’epidemia non è un mostro o un animale feroce, è una pianta. Che cresce ogni volta che uno di noi viene colpito brutalmente.

Non dobbiamo abbatterci ma continuare a pensare che il futuro, il nostro futuro lo decidiamo noi. Possiamo decidere di uscire e ribellarci alla morsa potente del virus o rimanere in casa e aspettare, fino a quando ce ne sarà bisogno. Anche io sono stanca. Ma dobbiamo farci forza. Dobbiamo debellare qualsiasi traccia di radice, altrimenti potrebbe crescere e rimarremmo fregati. Ancora.

A voi la scelta.

Frafra

Frafra

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