Attila, un ritratto inaspettato del flagello di Dio

Attila, un ritratto inaspettato del flagello di Dio

di Arianna Adelfio

Attila fu l’ultimo e più potente sovrano degli Unni, un popolo guerriero nomade proveniente dall’Asia. Abile e feroce guerriero a cavallo, sapeva usare bene l’arco con molta efficacia. Sul cavallo combatteva, dormiva e mangiava. Fu soprannominato “Flagellum Dei” (Flagello di Dio) per la sua ferocia e si diceva di lui dove fosse passato non sarebbe più cresciuta l’erba. Si racconta di lui che fosse superstizioso, facesse affidamento sulle profezie e si facesse influenzare nelle decisioni in campo militare da indovini e sciamani. Come accadde ai pirati, ai briganti, ai predoni, il suo “Impero” si disgregò alla sua morte.

Penetrò in Italia l’8 giugno del 452 d.C., puntò su Trieste e rase al suolo Aquileia (Friuli) distruggendola dopo un lungo assedio lasciandola in un bagno di sangue. Molti Aquileiesi fuggirono vestiti di nero nella notte e siccome non potevano portarsi dietro le loro ricchezze, fecero prima scavare dai servi un pozzo (Cavus Aureus) e vi gettarono un immenso tesoro. Dopo, per evitare che qualcuno spifferasse la notizia, annegarono i servitori. Attila cercò a lungo quel tesoro, ma non riescì a trovarlo. Questo tesoro non è mai stato dissotterrato e per tanti secoli si parla del tesoro di Attila con la speranza di scoprirlo. Nei contratti di compravendita dei terreni di Aquileia e Grado è regola inserire una voce che fa riferimento proprio al tesoro e a eventuali rivalse del precedente proprietario nel momento della sua scoperta con la clausola: “Cedo il mio campo, eccetto che per il pozzo dell’oro”.

Puntò poi su Padova, Mantova, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e dalla paura molti romani e barbari fuggirono sulla laguna fondando Venezia. Quindi prese Milano. Secondo un aneddoto, nel palazzo reale di Milano c’era un dipinto in cui erano raffigurati i Cesari seduti in trono e ai loro piedi i principi sciti; Attila, colpito dal dipinto, lo fece modificare: i Cesari vennero raffigurati nell’atto di vuotare supplici borse d’oro davanti al trono dello stesso Attila. Attila temeva che profanando Roma e saccheggiarla portasse male e fu così che, alle porte di Roma, dopo un incontro col Papa Leone I, uomo di notevole abilità diplomatica, e alcuni funzionari romani avvenuto nei pressi del fiume Mincio, Attila decise di abbandonare l’Italia. Nessuno sa con certezza cosa il Papa disse ad Attila. La presenza del Papa significava che l’Impero stava, realmente, TREMANDO! L’incontro tra Attila e Leone I fu condizionato dalla mentalità di Attila; per il capo unno gli uomini di religione rivestivano enorme importanza, li temeva, di qualunque religione fossero. Roma era una città sacra, che gli sciamani gli avevano sconsigliato di conquistare, Attila temeva ciò che era “Sacro”. Quel che è certo è che i due uomini si parlarono da soli, lontani da tutti. Coloro che scrutarono da lontano potevano solo notare il silenzio che avvolgeva le due figure, forse le espressioni dei loro volti. Molte furono le leggende attorno all’evento: c’è chi disse che i santi Pietro e Paolo apparissero al fianco di Leone I, chi disse che Attila fosse rimasto impressionato dalla presenza di un vecchio che, vicino al Papa, impugnava una spada sguainata. Alla fine Attila, clamorosamente, si ritirò, tornò dai suoi e fece voltare le spalle a Roma. Dopo la campagna in Italia e l’incontro col Papa, Attila ritornò in Romania, dove l’anno seguente morì. Il suo vastissimo dominio, privo di qualunque struttura statale (Amministrativa e politica), si sfaldò molto rapidamente.

Frafra

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