Guido d’Arezzo e le radici delle note musicali

Guido d’Arezzo e le radici delle note musicali

di Arianna Adelfio

Guido d’Arezzo nasce nel 1020 e fu monaco benedettino. Curò l’insegnamento della musica e dell’abbazia di Pomposa, località vicino Ferrara. Lui notò la difficoltà che i monaci avevano ad apprendere e ricordare i canti gregoriani e la ritmica della musica. Per risolvere questo problema ideò e adottò un metodo di insegnamento completamente nuovo, che lo rese famoso in tutta Italia. Trasferendosi ad Arezzo, insegnò musica e canto nella cattedrale situata al colle del Pionta, fuori dalle mura della città e arrivando a codificare la moderna notazione musicale, che avrebbe rivoluzionato il modo di insegnare, comporre e tramandare la musica. Grazie ad un insieme di innovazioni teoriche e pratiche, inventò il tetragramma, trascrive i “NEUMI” segni su un rigo di quattro linee contrassegnate da lettere chiave in modo da indicarne con precisione l’altezza. Un’altra sua innovazione fu la scala di sei note ciascuna più acuta di un tono rispetto alla precedente e che viene associata alle sillabe iniziali dei primi sei emistichi di un noto inno a San Giovanni. L’idea fu geniale considerando che, senza uno strumento a intonazione fissa a fare da riferimento assoluto, era praticamente impossibile ricordare il suono di una nota svincolando dal canto nel quale compariva. Il repertorio veniva trasmesso in modo orale e prima di imparare correttamente un canto, i monaci dovevano ascoltarlo e ripeterlo più volte. I canti della chiesa erano lunghi e complessi e per arrivare a possedere l’intero corpus liturgico a memoria, potevano occorrere anche 10 anni. Per cui Guido notò una curiosa caratteristica nell’inno di San Giovanni che tutti sapevano cantare. Si accorse infatti che ogni versetto di questo inno iniziava con una nota diversa. Una nota che saliva di grado rispetto alla precedente e prendendo tutte queste note iniziali ,mettendo in fila un suono dopo l’altro, veniva a formarsi una scala ascendente di suoni. Un esacordo per dirla in gergo tecnico. Propose allora di scrivere le note di questa scala e dare un nome corrispondente: UTREMIFASOLLA così facendo si creava un’associazione mentale tra il nome della nota e il suono in relazione con gli altri suoni della scala. Dal momento che tutti conoscevano l’Inno a San Giovanni, tutti avrebbero potuto ricordare facilmente l’intonazione delle note della scala che Guido aveva costruito partendo da quest’inno. Così la scala “L’esacordo” diventava un modello di riferimento, uno strumento di misura per l’intonazione dei suoni di qualsiasi altra melodia. Guido aveva trovato un metodo che permetteva ai cantori di leggere con esattezza qualsiasi nuovo canto in autonomia e in poco tempo. Mancava però all’appello una nota; il SI che venne aggiunta nel 1500 fondendo insieme l’iniziale dell’ultimo verso dello stesso inno Sancte Ioannes. E il DO? Venne proposto nella prima metà del 1600, più semplice rispetto a UT, dal teorico musicale Giovanni Battista DOni. Solo in Francia la nota DO conserva il suo nome originale UT; mentre gli anglosassoni preferiscono utilizzare la notazione alfabetica di cui la lettera corrisponde alla nota La, B al SI ,al DO e così via proseguendo l’ordine della scala. Per i tedeschi chiamano il Si, non B.

Guido d’Arezzo quindi aveva inventato la formula mnemonica per ricordare l’intonazione delle note e soprattutto aveva dato loro un nome: lo stesso nome che usiamo ancora oggi.

Frafra

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